
Happening di C. Frazier, M. Gerstein, G. Hyatt, A. Kaprow, New York, 1966. Foto P. Moore.
Sguardi perplessi, ve lo leggiamo scritto sul volto: “Ma sono loro?”
Sì, siamo noi. Dopo un anno dalla nostra ultima scatola: rendez-vous. Siamo-sempre-quelli-dei-fogli-nelle-scatole, ma con qualche novità. Innanzitutto, Magiciens de la terre. Richiamando alla mente la mostra del Centre Pompidou del 1989, scegliamo il titolo di questa mostra come modello per ogni mostra perché, in questo germogliare selvaggio dell’attività espositiva, si finisce per incappare in ‘mostri’ anziché mostre, con scarso livello scientifico, manifestazioni ridotte a macchine per strappar biglietti e non intese come strumento di approfondimento.
Si continua con Amarcod, di felliniana memoria, raccoglie ricordi personali di chi ha vissuto da vicino quel che noi possiamo solo intuire dalle pagine dei libri. In altre parole, l’aneddotica come filo con cui tessere la nostra personale trama dell’arte. E infine, La biblioteca universale, citazione di Jorge Luis Borges, in cui raccogliamo qualche indicazione bibliografica riguardante l’oggetto del nostro studio, così da offrirvi stimoli e suggestioni da coltivare.
Troverete articoli più lunghi per garantire maggiori approfondimenti e, al contempo, ridurremo il numero di pubblicazioni. Preferiamo sottrarci alla bulimia di scrittura, cercando di resistere alla dittatura narcisistica di una produzione frequente che rischia, per sua stessa natura, di risultare frettolosa. Le prossime scatole saranno dedicate a quel che convenzionalmente sono definiti “movimenti artistici”. Per contraddirci subito, la prima edizione ha come oggetto Fluxus. Allan Revich nel Manifesto Fluxus del XXI secolo, pubblicato nel marzo 2011, ha scritto: “Fluxus is an attitude. It is not a movement or a style”. Al contempo, il cinquantesimo anniversario di Fluxus, che ricorre proprio quest’anno, si appresta a essere “la celebrazione del movimento”. Che cosa è stato e cosa continua a essere Fluxus? Sullo sfondo ancora Marcel Duchamp, ancora le sue boîtes; ma solo come pretesto per andare oltre. “La Boîte verte di Duchamp è un nécessaire per signorine e tu ci sei cascata in pieno!”, mi ha detto un anonimo artista Fluxus. Oltre la provocazione, usiamo la nostra ingenuità come chance per indagare convergenze e divergenze fra Fluxus e Duchamp. Nel 1965, George Maciunas definiva Fluxus art-amusment, ossia arte-divertimento, semplice, spiritosa, senza abilità specifiche, senza valore istituzionale. “It is the fusion of Spikes Jones Vaudeville, gag, children’s games and Duchamp”.
Ecco dunque la definizione che non definisce, la risposta che non risponde, l’arte che non è arte.
La molteplicità di forme assunte da Fluxus amplia all’inverosimile il campo di indagine, è stato quindi necessario scegliere. Abbiamo scelto i nostri ospiti senza la pretesa di individuare le esperienze più rappresentative. Siamo quindi coscienti che questa scatola dedicata a Fluxus è solo un’interpretazione: abbiamo unito i puntini della nostra costellazione, ne è risultato un punto di domanda. Ecco la nostra risposta.