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	<title>boîte</title>
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		<title>HO NASCOSTO IL FANTASMA DI DUCHAMP SOTTO LA COLLA &#8211; Luc Fierens</title>
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		<pubDate>Sun, 06 May 2012 20:44:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giulia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Testimoni oculisti]]></category>

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		<description><![CDATA[Federia Boràgina: Chi è Duchamp? Colui che ha “liberato” l’arte attraverso il potere dell’idea o il killer dell’artista-genio?
Luc Fierens: Marcel Duchamp è un fantasma.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong> </strong></p>
<div id="attachment_1193" class="wp-caption alignleft" style="width: 370px"><strong><img class="size-full wp-image-1193 " title="20114hr_web" src="http://www.boiteonline.org/wp/wp-content/uploads/2012/05/20114hr_web.jpg" alt="Luc Fierens" width="360" height="495" /></strong><p class="wp-caption-text">Luc Fierens</p></div>
<p><strong>Federia Boràgina</strong>: Chi è Duchamp? Colui che ha “liberato” l’arte attraverso il potere dell’idea o il killer dell’artista-genio?<br />
 <strong>Luc Fierens</strong>: Marcel Duchamp è un fantasma.<br />
 Marcel DUCHAMP: A Guest + A Host = A Ghost.<br />
 Questo gioco di parole è stato creato nel 1953 da Duchamp per la mostra di William Copley, l’artista americano che ha realizzato la rivista <em>S.M.S.</em> (Shit Must Stop).<br />
 I giochi di parole mi piacciono, mi ricordano l’allegria di Duchamp, al quale penso come artista e poeta, non come un genio che ha bisogno dell’inspirazione. L’arte è un’idea, ma quel che mi lega a Duchamp è la sua connessione con la realtà: ha connesso l’arte alla vita attraverso i suoi ready mades, dando a oggetti banali lo statuto di opere d’arte. Io lo leggo come un attacco alla società borghese, non come un esempio di arte politica; ma credo sia importante ricordare che solo dopo Duchamp l’arte si è diffusa così tanto e così in profondità nel tessuto sociale, decostruendo le forme simboliche della rappresentazione e introducendo nuovi protocolli artistici non figurativi, come l’appropriazione diretta del reale, o nuove pratiche, nuovi materiali e forme non rappresentative. Altre figure chiave, per me, sono Karl Schwitters, Robert Filliou, Ray Johnson, Ulisses Carrion.</p>
<p><strong>FB</strong>: Hai definito l’arte una “guerriglia semiologica”, cosa intendi dire?<br />
 <strong>LF</strong>: Io credo che all’inizio degli anni Sessanta, quando si è incominciato a parlare di mass media, molti artisti se ne siano occupati perché avevano bisogno di materiali economici con cui lavorare e reagire alle regole accademiche che proponevano sono pitture, incisioni e sculture. Anche Duchamp e il Surrealismo erano parte di questo sistema ufficiale dell’arte. I poeti sono sempre considerati come le guide dei movimenti, pensa a Sarenco; solo in pochi casi il poeta è stato anche artista visivo. Negli anni Sessanta, però, molti artisti e poeti, anche italiani, hanno incominciato ad usare i giornali, i testi e le immagini, per dialogare con la realtà. In quel momento, la poesia visiva operava davvero una guerriglia semiologica: strappava le radici della comunicazione, dei significati, dissociando la componente verbale e iconica delle parole per ricreare un diverso, e spesso opposto, significato. Ricorda gli studi di Umberto Eco, <em>Per una guerriglia semiologica</em>, 1967 ad esempio, <em>Il medium è il messaggio</em> di Marshall McLuhan e il suo concetto di villaggio globale. I poeti-visivi sono diventati “attori” in grado di commentare la società, smascherare le strategie della comunicazione di massa creando nuovi significati. La poesia visiva è arte e letteratura, combina direttamente immagini e parole. E’ una pratica che ha caratterizzato più movimenti: Fluxus, Situazionismo, Provo, Mail-Art. Quando l’arte si occupa della società, cerca di cambiarne il linguaggio e il messaggio, è in corso una guerriglia semiologica!</p>
<p><strong> </strong></p>
<div id="attachment_1194" class="wp-caption alignleft" style="width: 302px"><strong><img class="size-full wp-image-1194   " title="pas2_web" src="http://www.boiteonline.org/wp/wp-content/uploads/2012/05/pas2_web.jpg" alt="Luc Fierens" width="292" height="290" /></strong><p class="wp-caption-text">Luc Fierens</p></div>
<p><strong>FB</strong>: Maciunas ha incominciato a spedire i suo oggetti, sfruttando lo sconto sulle spedizioni postali di cui usufruiva perché arruolato nell’esercito americano? Che ruolo ha la casualità nella tua ricerca?A quarant’anni di distanza, il tuo lavoro come si lega a Fluxus?<br />
 <strong>LF</strong>: La mia ricerca si lega a Fluxus attraverso il concetto di “intermedia” usato da Dick Higgins; nonché per il mio interesse per la <em>D.I.Y. attitude/ home taping scene </em>degli anni Ottanta. Certo, non è il “vero” Fluxus, se lo confrontiamo con i video di Nam June Paik, i testi di Alison Knowels, i festival di Charlotte Moorman, la Mail-Art di Ray Johnson. Per “classificare” il lavoro della “tradizione Fluxus”, dobbiamo richiamare alla mente i criteri individuati da Higgins e Friedman, sommando il Caso e la Possibilità (cfr. <em>Fluxus Manifesto for the 21st century</em> di Allan Revich, 21 marzo 2011 <em>[n.d.r.]</em>). Attraverso la Mail Art, intesa come esperimento poetico con una comunità di artisti ai quali non interessa essere parte del sistema istituzionale dell’arte, si creano nuovi “riti”: riunioni, performance, assemblaggi, pubblicazioni… E’ una Possibilità; percorre strade diverse, anche se non sono quelle ufficiali delle gallerie che creano “artisti in carriera”, ma è un modo per creare scambi, connessioni.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<div id="attachment_1204" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-1204" title="pas3_web" src="http://www.boiteonline.org/wp/wp-content/uploads/2012/05/pas3_web1-300x299.jpg" alt="Luc Fierens" width="300" height="299" /><p class="wp-caption-text">Luc Fierens</p></div>
<p><strong>FB</strong>: Tu realizzi soprattutto collage: tecnica introdotta dalle avanguardie storiche e, infatti, i tuoi lavori richiamano alla mente Dada, il Surrealismo, il Situazionismo e, ovviamente Fluxus. Che cosa è il collage nell’epoca di Photoshop?<br />
 <strong>LF</strong>: Il collage è una tecnica che continua ad esistere perché alcuni artisti hanno la necessità di sperimentare tutte le sue possibilità. Pensa al libro di Jiri Kolar, <em>1986</em>. Gli artisti che usano Photoshop considerano la realtà come una superficie e lavorano su di essa per renderla esteticamente più interessante, ma non sono connessi al reale, rimangono isolati, sono fasulli / <em>they make it prettier</em>, <em>but they</em> <em>isolate, they fake</em>. Chi realizza collage “entra” nell’immagine, nella fotografia. Io uso vecchie fotografie in bianco e nero, risalenti agli anni Sessanta e Settanta, spesso dimenticate e ancora unite al passato, ma, al contempo, anche al presente. Il collage ci permette di avere un’immediatezza che altri media non garantiscono. L’artista si confronta letteralmente con il mondo attraverso la sua esperienza fisica con il contesto che lo circonda; trova immagini e oggetti che funzionano come significati individuali e collettivi. Questi materiali sono inestricabilmente connessi alla vita quotidiana e ciò crea un procedimento di identificazione, sia reale che immaginaria, dell’osservatore con l’opera. Il collage è semplice, spontaneo, si basa sull’affiancamento, la giustapposizione; permette agli artisti di esplorare simultaneamente il misterioso spazio che esiste fra la “cultura alta” e la “cultura popolare”, il testo e l’immagine, la figurazione e l’astrazione, il passato e il presente, lo spazio bidimensionale e tridimensionale.</p>
<p><strong>FB</strong>: Maciunas non vendeva i suoi lavori per più di due o tre dollari. Tu vendi i tuoi lavori o li scambi soltanto con gli altri artisti?<br />
 <strong>LF</strong>: La Mail Art cerca di essere un modo democratico di fare arte e quindi non realizza cataloghi, libri costosi e molto spesso si basa sullo scambio. In molti casi è impossibile perché gli organizzatori e gli artisti investono molti soldi per realizzare bei cataloghi e quindi i costi di vendita sono più alti. Personalmente, a volte vendo i miei lavori, <em>not frequently,</em> ma spesso, fin dagli anni Settanta, li scambio con altri artisti che operano nell’ambito di Fluxus, della Mail Art, della Poesia Visiva e questo mi arricchisce molto. Una delle esperienze più interessanti è stata l’incontro con Paolo Della Grazia e la sua collezione di libri, conservata al MART; lì, ora, è possibile trovare alcune delle mie opere.</p>
<p><strong> </strong></p>
<div id="attachment_1196" class="wp-caption aligncenter" style="width: 250px"><strong><img class="size-full wp-image-1196 " title="doli_web" src="http://www.boiteonline.org/wp/wp-content/uploads/2012/05/doli_web.jpg" alt="Luc Fierens" width="240" height="307" /></strong><p class="wp-caption-text">Luc Fierens</p></div>
<div id="attachment_1197" class="wp-caption aligncenter" style="width: 356px"><img class="size-full wp-image-1197 " title="20112hr_web" src="http://www.boiteonline.org/wp/wp-content/uploads/2012/05/20112hr_web.jpg" alt="20112hr_web" width="346" height="475" /><p class="wp-caption-text">Luc Fierens</p></div>
<p><br class="spacer_" /></p>
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		<title>CAIMANO IN CURVA</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Apr 2012 20:59:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giulia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Camera con vista]]></category>

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		<description><![CDATA[maledetto treno / tu che l'hai portata via / e nun 'e pensato / ch'era tutt' 'a vita mia / e chiu' cresceve - dint 'o core / e tutt 'e dduie
chistu grande ammore / l'he purtato chi sa addo'?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right; ">febbraio 2012, Milano, Londra, Palermo</p>
<p>Un’altra tratta.<br />
 Sistemiamoci lì che c’è un posto. È occupato?</p>
<p>No boundary. Back mind screens. Overloading moving set spaces overlap with the landscape. It could be the same landscape. The same as what? Mine. Hers. It seems directions are originated by the will. But it’s inheritance, necessarily, ours. Imagines bubble up, blossom up from me to outside. They start, they have started. Naples’ Gajola sounds to me as real as Vancouver’s skytrain. Maybe paranoia created the rocks and rivers created the trains. I was you, just a moment ago. Did you notice?</p>
<div id="attachment_1175" class="wp-caption alignleft" style="width: 226px"><img class="size-medium wp-image-1175  " title="1 Sicilia 1996 - Sul Treno dell'Etna Exp 805 (Torino-Siracusa)" src="http://www.boiteonline.org/wp/wp-content/uploads/2012/04/1-Sicilia-1996-Sul-Treno-dellEtna-Exp-805-Torino-Siracusa-300x226.png" alt="Sicilia 1996 - Sul &quot;Treno dell'Etna&quot; Exp 805 (Torino-Siracusa) #1" width="216" height="162" /><p class="wp-caption-text">Sicilia 1996 - Sul &quot;Treno dell&#39;Etna&quot; Exp 805 (Torino-Siracusa) #1</p></div>
<div id="attachment_1176" class="wp-caption alignleft" style="width: 226px"><img class="size-medium wp-image-1176  " title="2 Sicilia 1996 - Sul Treno dell'Etna Exp 805 (Torino-Siracusa)" src="http://www.boiteonline.org/wp/wp-content/uploads/2012/04/2-Sicilia-1996-Sul-Treno-dellEtna-Exp-805-Torino-Siracusa-300x223.png" alt="Sicilia 1996 - Sul &quot;Treno dell'Etna&quot; Exp 805 (Torino-Siracusa) #2" width="216" height="161" /><p class="wp-caption-text">Sicilia 1996 - Sul &quot;Treno dell&#39;Etna&quot;Exp 805 (Torino-Siracusa) #2</p></div>
<div id="attachment_1177" class="wp-caption alignleft" style="width: 226px"><img class="size-medium wp-image-1177  " title="3 Sicilia 1996 - Sul Treno dell'Etna Exp 805 (Torino-Siracusa)" src="http://www.boiteonline.org/wp/wp-content/uploads/2012/04/3-Sicilia-1996-Sul-Treno-dellEtna-Exp-805-Torino-Siracusa-300x225.png" alt="Sicilia 1996 - Sul &quot;Treno dell'Etna&quot; Exp 805 (Torino-Siracusa) #3" width="216" height="162" /><p class="wp-caption-text">Sicilia 1996 - Sul &quot;Treno dell&#39;Etna&quot; Exp 805 (Torino-Siracusa) #3</p></div>
<p>Mind the gap!<br />
 Oh shit!</p>
<p>Si cancellano, si perdono, passano fluide nel movimento e poi si ripetono. Possono diventare familiari. Possono diventare parte del tuo immaginario. Diversi movimenti verso un&#8217;unica direzione, anche se uno va a Est e l’altro a Ovest.</p>
<p>Avvicinarsi alla soglia. Non c’è una soglia, non un bordo. Quale margine?<br />
 Al massimo ci sono riflessi su una superficie, sullo schermo, è lì che si visualizza l’unione di materiale e immateriale. Questione di ritmi, velocità, concatenamenti. Tuffo.<br />
 Per un attimo perdi la tua identità per giungere ad averne un’altra, comune, dove l’io e il me si perdono in questo movimento per giungere ad unità globale di singolarità soggiacenti.<br />
 Poi le immagini convergono in un unico luogo.<br />
 Di nuovo in movimento. &#8211; Stavolta mi ero proprio addormentato.-<br />
 Pensavo avessimo già passato questo posto. Le immagini ricominciano a scorrere. Riconosci qualcosa in loro? È la stessa voce che ho sentito prima. Un americano ed un espresso.<br />
 È il profumo che ti fa muovere. Non era lì un attimo fa? È il profumo di miele d’acacia.<br />
 Non pensavo sarebbe servito a questo. Mi parlavi di quelli che sotto la pelle sentivano qualcosa crescergli prepotentemente, come animali senza controllo, e subito dopo ci siamo ritrovati  nella stessa situazione, a quattro zampe. Non stiamo parlando di rappresentazioni, di parole o simboli. Collegamenti d’altro tipo. Siamo lì in prima persona. Come l’agile o il bianco cane che accantona la pretesa di cogliere, definendole nella loro essenza, le cose e l’essere. Essere se stessi consiste nel bastare a se stessi. Liberarsi da tutto. E alla fine, da solo, senza scendere a compromessi, vivere come cani randagi: liberi ed autonomi, senza patria, spogli d’ogni mollezza, itineranti con bisaccia e corto mantello, senza a legarsi a nessuno.<br />
 Guarda ora dove siamo arrivati.<br />
 In tutti i modi non c’è modo di staccarsi da questi dualismi se non riconoscendo quella distanza che ci separa da tutto per poi colmarla. Quel momento allora si perde nell’essere.<br />
 Non c’è più una rappresentazione, ma una costruzione che come un ponte ci permette di collegare e riunire queste distanze. Con la sua presenza possiamo parlare della sua essenza.<br />
 Forse non ci siamo capiti.<br />
 Non è quello che ci interessa. Forse non potrà mai accadere. La continuità con il passato è persa in questo presente di cui un attimo prima non avevamo memoria, ma ne riconoscevamo il sapore.<br />
 Ci siamo passati davanti e non l’abbiamo riconosciuto. Vacillando fra figure indefinite, nuove configurazioni raggiungono la semplicità di un inizio non ancora netto, ma con sentieri già solcati.<br />
 Quel saluto era troppo. Non subito. Ora. Non mi piace il vuoto.  Preferisco un annullamento. Magari un occhiolino. Tra quello che penso e vedo non posso che imbarazzarmi.<br />
 Mi sta prendendo in giro. Non dirmi quelle cose che non ho mai vissuto. Fammi ricordare come le sento.<br />
 E poi si muovono i pollini. E ricominciamo a muoverci anche noi tra una località e l’atra.</p>
<p>O forse sono tutte storie come questa scritta dal Cav. Antonio Paternò del Toscano:</p>
<div id="attachment_1178" class="wp-caption alignleft" style="width: 410px"><img class="size-full wp-image-1178" title="Tulip_Stamen_Tip" src="http://www.boiteonline.org/wp/wp-content/uploads/2012/04/Tulip_Stamen_Tip.jpg" alt="Tulip Stamen Tip" width="400" height="599" /><p class="wp-caption-text">Tulip Stamen Tip</p></div>
<p>Tre lunedì fa&#8217;, un lunedì senza nulla in giro, come fosse la fotocopia di ieri sera, ma con la neve e meno dieci gradi,  insomma&#8230; quel lunedì &#8230; esco da casa all&#8217;una e mezza per sigarette e un drink della Bonne Nuit. Due passi, solito posto, alla Darsena, Milano.<br />
 Dotato solo di sigarette marca Napoli, del monopolio italiano, belle azzurre come il cielo di Napoli, e di un altro pacchetto denominato &#8220;La belle africaine&#8221;, sempre del monopolio italiano, con la silouette scura di una splendida ragazza black che danza su fondo beige, cerco le Gauloises, modello Brunes, con tabacco scuro, sans-filtre, sigarette introvabili di giorno,  figurarsi dopo le nove quando la nebbia secca dei talk show e l&#8217;invadenza delle TV satellitari cala, come una mannaia sulle menti, cala violenta sul mondo borghese milanese ed italiano da salotto.<br />
 A quell&#8217;ora anche i più vitali tra i tabaccai finalmente possono andare anche loro a puttane, nei bar,  trascurando utenze serali tipo la mia, lasciandomi al mio destino, vittima dei modesti prodotti del Monopolio di Stato.<br />
 Trenta minuti di passeggiata urbana, dicevo, un po&#8217; di distrazione, e 5 pacchetti di Gauloises, tabacco scuro sans-filtre da trovare. Meno si sta fuori, meno spendi, tranne quando cerchi le tue sigarette.<br />
 Si parte da meno 25 euro, che è la cifra di una mangiata in un ristorante niente male.<br />
 Le fumate non si contano, quattro passi, due chiacchere, un drink.  Quest&#8217;ultimo e&#8217; sempre diverso, scelto tra una ristretta lista personale, che e&#8217; una compilation, un greatest hits per ogni posto che frequento,se non che, al ventinovesimo minuto della passeggiata, cioè al momento di andare via per il coprifuoco comunale delle due, mentre fumo l&#8217;Ultima e parlo con Rudy che diceva:&#8221;è lunedì, cazzo non c&#8217;è nessuno, meglio così, ma ci siamo noi, sì, siamo pochi, ma siamo quelli del lunedì&#8221;,  ridendosela di gusto,  mentre si finiva la sua birra con un bel sorso in gola (mezza media), beh&#8230;in quel momento, eccolo,  voltandomi, passa lui, è&#8217; Giallo. E così che ri-incontro l&#8217;amico pittore palemmitano a Malaano (come me, “&#8230;cu nesci arrinesci&#8230;”, dicemu no&#8217; autri&#8230;, dice il proverbio). Ei, denominato, e definito dal nome di un luminoso colore, con un altro amico suo. Mi accoglie con un &#8221; &#8216;A mala evva &#8216;un mori mai, ah?&#8221; e ride, io lo abbraccio e li saluto.<br />
 C&#8217;è freddo, e così nonostante le loro opposizioni, offro subito loro un passaggio a casa,  che è proprio di passaggio al mio rientro, ormai inevitabile visto che purtroppo e&#8217; lunedì. Anticamente gli avevo promesso di regalargli del miele siciliano. Avevo dimenticato di concretizzare quella promessa, distratto in questi mesi da ascesi poetiche, da tristi questioni sentimentali, dallo studio diurno della chitarra, dal perenne sonno diurno, dalla neve e dal freddo di febbraio,  dalle cavallette&#8230;, ie ro sticch&#8217; &#8216;i to&#8217; so&#8217;!<br />
 &#8220;Mi scuso con te, hai ragione, ho dimenticato il miele&#8221; e propongo di rimediare subito.<br />
 E allora, saliti subito in macchina, allungando di poco, li porto a casa mia per consegnar lui il miele promesso. Giunti che fummo, il parcheggio fu alla catanese, alla grande, cioè nel posto  più vicino al luogo di destinazione, bloccando due macchine in cortile che non dovevano uscire alle due e mezza di lunedì, nel cortile secondario della mia magione, o casa-bunker, ex umida cantina-oggi umido loft soppalcato,  loft dei poveri, meno metri quadri che chitarre là dentro. Abbandonata la ingombrante station-wagon esattamente a un metro dalla buia scala dalla grata metallica che porta all’ingresso. Casa-bunker capace di assorbire moleste onde sonore 24h su 24, cioè se suoni una delle tue Telecaster tipo Madison alle tre di notte, fuori senti come una radiolina che trasmette i Ricchi e Poveri. Tenuto conto che fino a tre mesi fa sopra, al pianterreno, ci stava una anziana signora sorda, la casa non era male per suonare. Il resto della casa era un fallimento, per i miei normali standard abitativi e di decoro, normali anche per la maggior parte dei lettori, suppongo, tranne che essendo abituato a stare in più di 300 mq di casa con giardino, a meno di 50 metri dal mare in piena città in Sicilia, il passo di abitare sottoterra in un francobollo di casa, mi risultò pesante, e tuttora e&#8217; psicologicamente molto impegnativo.<br />
 Per fortuna, il motto della mia antica famiglia mi aiuta quotidianamente: &#8220;Post Tenebras Spero Lucem&#8221;.<br />
 L&#8217;impatto cromatico ed estetico però è ottimo, entrando, e così si parte bene per onorare la gentilezza di colui o colei che si è mostrato disposto a venirti a trovare, in tale tugurio, nonostante gli avvertimenti.<br />
 Accendo il riscaldamento ad aria calda, e, appena arrivati offro subito loro da bere,  concordando con loro il cosa ed il perché, e subito si parla di miele. Miele mon amour! E scorrono micro-racconti su tutto, frammenti di scambi, verbali, ordinati,  tutto a partire dal miele, cos&#8217;e&#8217; il miele? ci dicevamo, e tiro fuori un distillato di miele siciliano, a 40% volumi di alcool, roba sanissima, ma clandestina&#8230;, da 10 minuti il loro viaggio e&#8217; cominciato. “Magaiiri ammilano ci su&#8217; l&#8217;aipi, cristiaini cci n&#8217; e&#8217; aissaii, ma meeli &#8216;un ne faanuu.”, mi sembra di sentire da Giallo, in effetti non me lo ha detto, ma è come se lo avessi sentito, ma forse invece l&#8217;ha detto e io non ascoltavo, non so.<br />
 Poco ma sicuro che si sentisse nell&#8217;aria che certe cose contano, e altre molto meno. Nel frattempo la “ddiscussioinee” procedeva, lenta e curiosa, con contributo collettivo dei tre presenti, ciascuno ascoltando prima, e solo dopo aggiungendo la proposizione del caso, con i loro palati alla scoperta di questo nuovo nettare alcolico sconosciuto. Poi assaggiammo con i cucchiaini il miele di zagara, che le apine sucarono avide in gruppo la precedente primavera, dal nostro agrumeto che non abbiamo più da poco perché la città se l&#8217;e&#8217; mangiato, come noi con quei cucchiaini direttamente dal barattolo. Poi si parlò  di un altro miele ancora, quello per il mio ospite a sorpresa, miele di timo ed eucaliptus, antibiotico polmonare, forte agente espettorante, edulcorante con carattere per una dieta quotidiana senza granelli bianchi, dannosissimi e cancerogeni, che tutti conosciamo, ma che continuiamo tutti ad usare. Tale scuro miele fu&#8217; confezionato per noi, notturni degustatori a Milano, dai melari di Zafferana Etnea che portano le api a fine primavera in un bosco nei pressi di Piazza Armerina, in provincia di Enna, in un bosco della locale Azienda Forestale sicula, ettari ed ettari di eucaliptus con vicina fioritura di piantine di timo, dove, a cavallo tra metà giugno e metà luglio avviene il magico travaso attraverso i piccoli insetti, vitali gangli. Miracoloso travaso tra Natura e Prodotto destinato all&#8217;Uomo, attraverso un lavoro faticoso e lungo. Il melaro e&#8217; un mestiere che si sta perdendo, sostituito da una pratica più industriale, che non antepone la qualità alla quantità. Quanti di noi hanno visto mai il miele colare lentamente da pezzi di favo staccati dall&#8217;interno delle piccole scatole chiamate arnie?<br />
 Lo sapevate che se non c&#8217;è un ambiente più che salubre nel raggio di tre km le api muoiono, o sciamano altrove, cioè le perdi, e quindi non producono quasi nulla? Si perdono le api ed il mancato prodotto. Come nella cultura agrumicola tradizionale, sempre più dimenticata, lumia, mannarina, aranci, la cura del bene proveniente dalla Natura, delle piante, ma anche degli animali, della loro salute, corrisponde poi automaticamente ad una qualità irriproducibile altrimenti. Quindi questa integrazione di costumi e comportamenti che rispettano la Natura, godendone contemporaneamente del frutto, dovrebbe fare sempre parte della nostra quotidiana cultura del vivere, chessò&#8230; prima delle sigarette, dell&#8217;abuso di materie plastiche, dell&#8217;abuso di medicinali inutili, etc.<br />
 Insomma&#8230;era un lunedì,  un lunedì d&#8217;inverno a Milano nel 2012, e sapete cosa vuol dire?<br />
 Che fu&#8217; un Occasione per parlare del mondo come scorre e come scorreva,  come oggi dimentichiamo con facilità. Un Occasione per parlare del mondo come scorre, ma veramente, ma con il sangue caldo e il miele nelle vene.<br />
 Era un lunedì d&#8217;inverno a Milano nel 2012. Sapete cosa vuol dire? Non vuol dire nulla.<br />
 E puoi solo spendere del danaro, per creare Occasioni, e  nella migliore delle ipotesi solo Osservare, gli effetti, per poi dedurre eventualmente qualcosa di utile. Di lunedì puoi osservare il piccolo mondo cittadino a battito lento. C&#8217;e&#8217; da dire che sono un po&#8217; di anni che non domando più così spesso a nessuno,  di uscire con me di sera, vado a caso, chi trovo trovo, alla catanese, o forse alla greca.<br />
 Tùche, o il Caso, provvede.  Se non provvede, ritento, e ricreo un&#8217;altra Occasione.</p>
<p>&#8220;cu nasci tunnu &#8216;n po&#8217; mmoriri quadru&#8221;</p>
<p style="text-align: right;">maledetto treno<br />
 tu che l&#8217;hai portata via<br />
 e nun &#8216;e pensato<br />
 ch&#8217;era tutt&#8217; &#8216;a vita mia<br />
 e chiu&#8217; cresceve &#8211; dint &#8216;o core<br />
 e tutt &#8216;e dduie<br />
 chistu grande ammore<br />
 l&#8217;he purtato chi sa addo&#8217;?</p>
<p style="text-align: right;">Nino D’Angelo, Maledetto Treno, 1984</p>
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		<title>UN UOVO FRITTO? NO, GRAZIE</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Apr 2012 20:22:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giulia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Amarcord]]></category>

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		<description><![CDATA[Voglio riportare due episodi che ho vissuto con Philip Corner, in occasione di una mostra che curai a Perugia nel 1993[1] dove l’artista americano esponeva un lavoro costituito da un fornelletto elettrico, un tegamino e delle uova crude; il visitatore poteva prendere un uovo, romperlo e, dopo averlo fritto sul tegamino, mangiarselo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1168" class="wp-caption aligncenter" style="width: 610px"><img class="size-full wp-image-1168 " title="amarcord" src="http://www.boiteonline.org/wp/wp-content/uploads/2012/04/amarcord.jpg" alt="Philip Cornel, &quot;Buongiorno uovo&quot;, 1987, tronco d'albero, fornello e tegamino, courtesy Collezione Pari e Dispari, Cavriago; Rossana Chiessi, Reggio Emilia" width="600" height="683" /><p class="wp-caption-text">Philip Cornel, &quot;Buongiorno uovo&quot;, 1987, tronco d&#39;albero, fornello e tegamino.Courtesy Collezione Pari e Dispari, Cavriago; Rossana Chiessi, Reggio Emilia</p></div>
<p>Voglio riportare due episodi che ho vissuto con Philip Corner, in occasione di una mostra che curai a Perugia nel 1993<a href="#_ftn1">[1]</a> dove l’artista americano esponeva un lavoro costituito da un fornelletto elettrico, un tegamino e delle uova crude; il visitatore poteva prendere un uovo, romperlo e, dopo averlo fritto sul tegamino, mangiarselo. Corner, assai gentilmente, mi propose di provare ma, visto il sudiciume del tegamino, sicuramente non pulito dopo tante mostre e da tanto tempo, rifiutai, adducendo un mio alto tasso di colesterolo! Ma c’è di più. Gli operai, quando smontarono la mostra, buttarono via quel tegamino sporco, pensando che qualche intruso avesse lì bivaccato e non che quell’oggetto semplice fosse un’opera d’arte! Ci fu un grande sconcerto tra i dirigenti della Provincia, ente organizzatore, che scaricarono sul curatore, cioè su di me, l’ingrato compito di avvisare l’artista della perdita del lavoro. Un po’ intimidito, chiamai Philip al telefono raccontandogli l’accaduto e, aspettandomi una sfuriata e la richiesta di una cifra molto alta per l’assicurazione, con una gran risata mi disse: “Giorgio, vai alla Standa e compra un fornelletto elettrico e un tegamino; è tutto!”.</p>
<p>Ecco, questo è un grande esempio di arte politica e di vera arte concettuale: Corner, con questa frase, supera il <em>feticismo delle merci</em>” – per usare un concetto marxiano – e ribadisce, nei fatti e non a parole, che nell’arte concettuale è l’idea l’opera, non tanto la sua realizzazione, la quale ultima è sempre un semplice oggetto, anche banale  e futile.</p>
<p>Allo stesso tempo, avendo chiesto a Corner se, quando ripeteva dopo più di venti/trenta anni la performance in cui originariamente, dopo una breve suonata, si rompeva il pianoforte, allora di marca eccellente, di nuovo distruggesse lo strumento musicale: la risposta fu negativa, motivata dal fatto che erano mutate le condizioni e che quindi usava un vecchio pianoforte. Già destinato alla rottamazione. Questo perché, negli anni della rottura – politica, sociale, culturale –, la rottura (mi scuso per il bisticcio) doveva essere autentica, dell’originale, dato che la contestazione era totale e senza riserve, mentre nella ripetizione (storica), mutata la situazione, in vero più soggettiva che oggettiva, sarebbe stato uno spreco inutile la distruzione di uno Steinway.</p>
<p>In seguito, insieme ad Enrico Mascelloni, ho curato una grande mostra del movimento<a href="#_ftn1">[1]</a>, dove mi sono ritrovato con Corner ma questa volta suonò il corno con grande perizia e mi risparmiò le uova! Voglio però, qui, fare una confessione: questa è, forse, l’unica mostra di cui mi sono pentito, non perché non fosse ben articolata e ricca di opere, ma perché, riflettendo bene, ed anche grazie ai discorsi e agli atteggiamenti di Corner, mi sono convinto che Fluxus sia un movimento che non si può <em>mostrificare</em> né <em>museificare</em> pena lo stravolgimento e la violenza proprio sui suoi valori e sulla sua essenza; si può solo “storicizzare”, cioè scriverne e mostrarne i documenti fotografici, ed anche raccontare. Oppure ci si può immergere nel grande flusso delle idee e dei comportamenti che da Fluxus si possono trarre, pur nella consapevolezza che nello scorrere del fiume non ci si può immergere due volte e che la storia non si ripete mai, se non come farsa.</p>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 1069px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">[1] Si tratta di Presenze. Artisti stranieri oggi in Italia, Padiglione Neri, ex-Ospedale psichiatrico, Perugia 1995.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 1069px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">[2] Promuovere l’alluvione. Fluxus nella sua Epoca 1958-1978, Centro per l’arte contemporanea, Umbertide (PG) 1997;  Opera/Paese, Roma, 1998; Casina del Boschetto in Villa Comunale, Napoli 2000, catalogo Adriano Parise 1997.</div>
<p><span style="font-size: x-small;">[1] Si tratta di Presenze. Artisti stranieri oggi in Italia, Padiglione Neri, ex-Ospedale psichiatrico, Perugia 1995.<br />
</span><span style="font-size: x-small;">[2] Promuovere l’alluvione. Fluxus nella sua Epoca 1958-1978, Centro per l’arte contemporanea, Umbertide (PG) 1997;  Opera/Paese, Roma, 1998; Casina del Boschetto in Villa Comunale, Napoli 2000, catalogo Adriano Parise 1997.</span></p>
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		<title>FLUXUS: PER UNA NON-DEFINIZIONE</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Apr 2012 20:10:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giulia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Tutta l'arte è stata contemporanea]]></category>

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		<description><![CDATA[Movimento artistico ibrido per vocazione ed estraneo a ogni tentativo di definizione per eccellenza, Fluxus è un fenomeno culturale che si è distinto per la sua fluidità, appunto. Per la sua capacità di diramarsi e crescere, espandendosi e addentrandosi, proprio come farebbe un corpo liquido, nelle pieghe più fitte delle modalità espressive.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1162" class="wp-caption alignleft" style="width: 360px"><img class="size-full wp-image-1162" title="mart02" src="http://www.boiteonline.org/wp/wp-content/uploads/2012/04/mart02.jpg" alt="George Brecht, &quot;Water Yam&quot;, 1963, MART Museo d'Arte Moderna e Contemporanea, Rovereto. Archivio di Nuova Scrittura di Paolo Della Grazia" width="350" height="361" /><p class="wp-caption-text">George Brecht, &quot;Water Yam&quot;, 1963, MART Museo d&#39;Arte Moderna e Contemporanea, Rovereto. Archivio di Nuova Scrittura di Paolo Della Grazia</p></div>
<p>Movimento artistico ibrido per vocazione ed estraneo a ogni tentativo di definizione per eccellenza, Fluxus è un fenomeno culturale che si è distinto per la sua fluidità, appunto. Per la sua capacità di diramarsi e crescere, espandendosi e addentrandosi, proprio come farebbe un corpo liquido, nelle pieghe più fitte delle modalità espressive.</p>
<p>Un’opera Fluxus è un concetto, è un suono, è un oggetto che contiene un suono o un concetto, una partitura, un momento teatrale, un evento fugace e transitorio, oggi a noi noto in virtù della documentazione che testimonia l’evento stesso. Tuttavia, precisata questa idea di permeabilità osmotica che necessariamente attraversa tutto ciò che Fluxus vuole essere, una definizione bisogna pur tentare di formularla.</p>
<p>Il termine, di derivazione latina, identifica un gruppo internazionale, costituitosi negli anni sessanta, in cui si identificano artisti, compositori, architetti e designer e il cui credo consiste nella mescolanza di diverse pratiche artistiche che si intrecciano a loro volta con una promiscuità virtuosa di differenti discipline. Il nome del gruppo è stato creato dall’artista lituano George Maciunas (1931-1978), che organizza i primi eventi Fluxus nel 1962 in Germania allo Städtischen Museum di Wiesbaden e poi negli Stati Uniti a New York. Da quel momento il fenomeno si diffonde a macchia d’olio in tutto il mondo, dall’Europa (Francia, Italia e Germania) all’Asia (Giappone e Corea).</p>
<p>La vocazione a una fusione delle diverse arti prende forma da sperimentazioni in ambito musicale di cui lo stesso George Maciunas è fautore e divengono presto degli eventi paragonabili al fenomeno americano degli Happenings. Nelle azioni Fluxus non si intende trasformare l’oggetto, i gesti casuali, il pubblico coinvolto in arte, piuttosto si vuole evidenziare la contingenza di vita ed arte e la loro natura compenetrante. Il pubblico non è più condizione necessaria perché un evento sia possibile.<br />
 Punti di riferimento imprescindibili sono Marcel Duchamp e John Cage, l’uno emblema del Dadaismo e del ready made, l’altro padre della musica di sperimentazione. Casualità, quotidianità e l’aspetto ludico dell’arte acquistano importanza basilare, facendo così venir meno l’aspetto estetico per dare spazio allo Humor e al Non-sense, anche.</p>
<p>Fluxus non è però da intendersi come un movimento codificato come lo erano le avanguardie anche se da queste riprendono idee, mezzi espressivi e pratiche artistiche fondendole assieme. Non ci sono dei principi guida, ma piuttosto un unico credo che influenza la vita stessa degli artisti, che corrisponde alla volontà di abbattere ogni barriera fra la concezione tradizionale di artista, spettatore e realtà. È in virtù di questa idea che le diverse discipline tendono a fondersi, in un turbinio, un flusso di emozioni, esperienze, circostanze e sensazioni, volto a sottolineare il desiderio di annullare la distinzione fra arte, vita, poesia, pittura, teatro, musica, scultura, movimento…</p>
<p>Fra i primi artisti ad aderire alla filosofia Fluxus, Nam June Paik, Emmet Williams, Dick Higgins, Wolf Volstell, Daniel Spoerri, John Cage, Yoko Ono e Sylvano Bussotti sono i partecipantidel festival <em>Fluxorum fluxus</em> alla Kunstakademie di Düsseldorf, nel 1963. Ancora una volta a promuovere l’evento è Maciunas che, ritornato nello stesso anno a New York, dà vita a numerose manifestazioni e cura riviste, giornali e libri Fuxus. Si aggiungono ai già citati altri grandi esponenti come Allan Kaprow, Al Hansen, Alison Knowels, Arthur Koepke, La Monte Young, Robert Filliou, Bob Watts, Ben Vautier, Christo, Joseph Beyus, William Copley, Carolee Schneeman, Giuseppe Chiari e Gianni-Emilio Simonetti; ma l’elenco potrebbe continuare. L’evidente diversità dei rappresentanti sottolinea come si tratti davvero di una filosofia di vita e non di una corrente artistica: questo è il motivo per cui Fluxus comprende movimenti come la videoart, la body art e la performance, secondo un’ambiguità perpetuata dagli stessi artisti che porta a creare confusione nel porre quei limiti finalizzati a individuare quali opere siano da ricondurre a Fluxus o meno.<br />
 Maciunas diviene una figura così emblematica del gruppo da poter decidere chi sia degno di farne parte e, secondo l’opinione di molti, la sua morte segnerebbe la fine di questa esperienza nonostante si siano tenuti concerti ed eventi Fluxus anche dopo il 1978: a partire dal 1982, con cadenza decennale, viene ricordato il concerto storico avvenuto a Wiesbaden.</p>
<p>In Italia, la figura di riferimento per conoscere a fondo il fenomeno Fluxus è Francesco Conz, scomparso nel 2010. Editore, mercante e fotografo è stato curatore di esposizioni ed eventi dedicati a Fluxus, al Lettrismo e alla ricerca verbovisuale in generale. La formazione e le vicende di vita che conducono Conz alla creazione del suo archivio hanno uno sviluppo in pieno stile fluxus. Nato nel 1935 a Cittadella, in provincia di Padova, studia Economia e Commercio all’Università Cattolica di Milano per tre anni, ma interrompe gli studi e decide di partire: prima si reca in Francia e poi in Inghilterra: “I travelled around the world, visiting many museums and within me I had a very powerful force which I cannot describe.”<a href="#_ftn1">[1]</a><br />
 Rimane all’estero per dieci anni, impara molte lingue e coltiva la sua passione per la cultura visitando esposizioni, musei e librerie. Alla fine degli anni sessanta torna in Italia, apre una bottega di restauro e successivamente, agli inizi degli anni settanta una galleria a Venezia davanti al teatro della Fenice che chiama la “Galleria d’Arte Multiplicata”, ma queste due attività non lo soddisfano completamente: “And I also began to realize that I was fundamentally interested in a particular stream of activity where many different things came together, from literature to poetry, to the visual arts, and even to performance (or to ‘actions’ as they were called in the early 60s)”<a href="#_ftn2">[2]</a>.<br />
 Verso la fine del 1972 Conz trova questa “particular stream of activity”, aperta al confronto e allo sconfinamento di svariate modalità espressive, negli artisti che gravitano intorno al Wiener Gruppe. A Berlino, dove lo portano motivi di lavoro, conosce Joe Jones che lo introduce a Fluxus, e Gunther Brus, che gli fa conoscere Nitsch e Mühl. Incontra Gerhard Rühm attraverso il quale entra in contatto con il Wiener Gruppe e inizia a interessarsi alla Poesia Visiva. Parte poi per New York e va in cerca degli artisti che lo interessano.<br />
 Di qui la decisione di chiudere la galleria a Venezia e di creare una piccola galleria privata, una sorta di anacronistica “Wunderkammer”, ad Asolo, negli ambienti di Palazzo Baglioni – offertogli in affitto dallo stesso Conte Orazio Baglioni di Asolo – dove Conz ospita molti artisti, tra i quali si ricordano Joe Jones, Hermann Nitsch, Muehl, Marchetti, Juan Hidalgo, Alison Knowles, Emmett Williams, Nam June Paik, Carolee Schneemann, Charlotte Moorman, Philip Corner, Takako Saito. Nel 1979 si trasferisce a Verona, dove inizia la sua attività editoriale e dove tuttora ha sede il suo archivio, fonte di ricerca principale per gli studiosi.</p>
<p> Un altro punto di riferimento per la ricerca è l’Archivio di Nuova Scrittura – conservato dalla fine degli anni novanta presso il Mart di Trento e Rovereto e il Museion di Bolzano – ricco di documentazione, di libri e opere di ambito Fluxus. Parte di questo materiale era stato proprio acquistato presso Francesco Conz, che aveva molto collaborato con il collezionista Paolo Della Grazia fondatore nel 1988<a href="#_ftn3">[3]</a> dell’ANS che aveva sede in via Orti a Milano, un archivio-collezione dedicato all’ambito della ricerca verbovisuale e alle esperienze artistiche ad essa affini.<br />
 Fra le edizioni conservate ora nella biblioteca del Museo di arte moderna e contemporanea di Trento di Rovereto, provenienti dalla raccolta dell’Archivio di Nuova Scrittura va segnalato il famoso Water Yam di George Brecht, una scatola contenente partiture dell’artista, note e istruzioni per la realizzazione di un evento. Numerosi sono i libri d’artista e le riviste, come “CCV tre” nata nel 1964 e diretta da Maciunas e Brecht o ancora l’intera serie di “S.M.S.”, ovvero Shit Must Stop, una rivista contenitore pubblicata a New York nel 1968 in sei numeri bimestrali, che molto deve alla duchampiana <em>Boîte-en-valise</em><a href="#_ftn4">[4]</a>.</p>
<p>Paolo Della Grazia decide di depositare l’ANS presso un’istituzione pubblica per favorire la fruizione e la conservazione del suo prezioso patrimonio di opere e documenti dedicato alla ricerca verbovisuale e non solo, anche per merito dei consigli del carismatico Francesco Conz, che aveva molto chiara la necessità di valorizzazione gli archivi, e particolarmente rispetto a un fenomeno come Fluxus.<br />
 Conz dichiara in un’intervista nel 1999: “I think the importance of archives is still overlooked. If the Fluxus artists will not be forgotten, it is because of these young scholars who have taken it upon them elves to recognize these saints who have been demonized in official culture but who have been recognized in these very interesting publications. There is a great abundance of books written about inter-media. But where do you go to find a book printed in an edition of only a thousand copies? You have to look for them in the Archive Sohm in Stuttgart, or at the Conz Archive in Verona, or with Plug In Editions on the internet, and I think it is ridiculous that museums do not buy archives. Museums should see it as a duty to recognize people who have collected books, preserved documents and organized archives of mail art&#8230;”<a href="#_ftn5">[5]</a>.<br />
 Sottolineare l’importanza degli archivi proprio per il loro ruolo di conservazione e nonché per la funzione di deposito accessibile dei numerosi libri dedicati a questo fenomeno, che preserva dalla dispersione un libro stampato in poche migliaia di copie è un importante memento per musei, biblioteche e istituzioni culturali: le uniche realtà, oggi, che possono sostenere e salvare i preziosi archivi privati destinati altrimenti all’oblio e a un’inevitabile inutilità.</p>
<div id="attachment_1163" class="wp-caption aligncenter" style="width: 460px"><img class="size-full wp-image-1163 " title="mart01" src="http://www.boiteonline.org/wp/wp-content/uploads/2012/04/mart01.jpg" alt="&quot;SMS n. 4&quot;, 1968, con multipli di John Cage, Arman, Roy Lichtenstein, MART Museo d'Arte Moderna e Contemporanea, Rovereto. Archivio di Nuova Scrittura di Paolo Della Grazia" width="450" height="379" /><p class="wp-caption-text">&quot;SMS n. 4&quot;, 1968, con multipli di John Cage, Arman, Roy Lichtenstein, MART Museo d&#39;Arte Moderna e Contemporanea, Rovereto. Archivio di Nuova Scrittura di Paolo Della Grazia</p></div>
<p><br class="spacer_" /></p>
<p><span style="font-size: x-small;"><a href="#_ftnref1">[1]</a> http://colophon.com/umbrella/conz_interview.html, dicembre 1999. “Giravo il mondo, visitavo musei, sentivo dentro una forza così potente che non posso descrivere. Il duca di Windsor aveva una biblioteca meravigliosa, così a fine giornata, malgrado fossi stremato, iniziai a leggere, Proust, Joyce, i grandi classici, insomma. Avevo una grande passione per la poesia e la letteratura, sicché iniziai a visitare i musei per capire in che modo le arti visive si collegano alla letteratura”. (Trad. di chi scrive)<br />
 <a href="#_ftnref2">[2]</a> Ibidem. “Iniziavo inoltre a rendermi conto che ero interessato soprattutto a una particolare corrente di attività in cui tante espressioni diverse interagivano, dalla letteratura alla poesia, alle arti visive, fino alle <em>performance</em> (o “azioni” come venivano chiamate all’inizio degli anni Sessanta)”. (Trad. di chi scrive)<br />
 <a href="#_ftnref3">[3]</a> Per approfondire la storia dell’Archivio di Nuova Scrittura si rimanda a D. Ferrari, <em>Archivio di Nuova Scrittura Paolo Della Grazia. Storia di una Collezione / Geschichte einer Sammlung</em>, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo 2012.<br />
 <a href="#_ftnref4">[4]</a> Cfr. D. Dogheria, <em>Sei pacchi a sorpresa “S.M.S.”, il perodico-museo</em>, in “Charta” n. 117, settembre-ottobre 2011, pp. 44-49<br />
 <a href="#_ftnref5">[5]</a> http://colophon.com/umbrella/conz_interview.html, dicembre 1999. “Ritengo che l’importanza degli archivi continui ad essere snobbata. Se gli artisti Fluxus non saranno dimenticati il merito sarà tutto di quei giovani studiosi che si sono assunti il compito di dare un riconoscimento a quei santi demonizzati dalla cultura ufficiale ma che hanno avuto un riconoscimento in queste interessantissime pubblicazioni. C’è una grande abbondanza di libri dedicati all’inter-media. Ma dove trovare un libro stampato in poche migliaia di copie? Devi andarlo a cercarlo presso l’Archivio Sohm di Stoccarda oppure all’Archivio Conz di Verona, oppure in rete nelle <em>Plug In Editions</em>, ed io considero ridicolo il fatto che i musei non acquistino archivi. I musei dovrebbero ritenere un loro dovere dare un riconoscimento a chi colleziona libri, conserva documenti e organizza archivi di mail art&#8230;”. (Trad. di chi scrive).</span></p>
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		<title>LETTERA [editoriale #8]</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Apr 2012 20:32:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giulia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Così è se vi pare]]></category>

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		<description><![CDATA[boîte compie due anni: è cresciuta e conserva nelle sue pareti di cartone le parole e gli oggetti di tante persone che ha incontrato durante il suo viaggio avventuroso nella storia e critica d’arte contemporanea.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div style="font-style: normal; font-size: 13px; font-family: Georgia, 'Times New Roman', 'Bitstream Charter', Times, serif;">
<dl id="attachment_1133" style="border-style: initial; border-color: initial; width: 610px;">
<dd>
<p>Caro Marcel,</p>
</dd>
</dl>
</div>
<div id="attachment_1136" class="wp-caption alignright" style="width: 490px"><img class="size-full wp-image-1136 " title="editoriale" src="http://www.boiteonline.org/wp/wp-content/uploads/2012/04/editoriale1.jpeg" alt="Marcel Duchamp, &quot;La Boîte-en-Valise&quot;, 1935-41" width="480" height="291" /><p class="wp-caption-text">Marcel Duchamp, &quot;La Boîte-en-Valise&quot;, 1935-41</p></div>
<p>boîte compie due anni: è cresciuta e conserva nelle sue pareti di cartone le parole e gli oggetti di tante persone che ha incontrato durante il suo viaggio avventuroso nella storia e critica d’arte contemporanea.<br />
 Ancora una volta le nostre riflessioni nascono da una tua opera: nel 1935 hai incominciato a lavorare alla boîte-en-valise, presentata nel 1941, proponendo un museo portatile, una valigia contenente la riproduzione in miniatura e fotografica delle tue opere.<br />
 Questa scatola-valigia conserva un potenziale comunicativo enorme, induce numerose riflessioni riguardanti la riproducibilità dell’opera d’arte, nonché la sua capacità di viaggiare per il mondo e ci ha suggerito un pensiero: quali viaggi compiono le opere d’arte? Quali sono le valige dell’arte? <br />
 Abbiamo tentato di rispondere scegliendo opere e artisti che hanno coniugato la pratica artistica all’esigenza del viaggio, come Bruno Munari, Luca Vitone e Tímea Oravecz.<br />
 Anche boîte è in partenza per qualche mese. Abbiamo bisogno di fermarci a riflettere, analizzare e forse inventare l’itinerario di viaggio da percorrere. In questa<em> epoca priva di intervallo </em>(Dorfles) nessuno trova il tempo per fermarsi a pensare; si procede per automatismo o per convenienza, quasi alienazione. Pensiamo che l’arte e gli artisti non si meritino pensieri fugaci e frettolosi, per cui abbiamo deciso di fermarci per guardare avanti e capire come poter agire in questo scenario sovraccarico di informazioni spesso superficiali e assordanti inutilità.<br />
 Non vogliamo creare polemiche contro o a sostegno del “sistema dell’arte” perché ci sembra che di urla e querelle in questo Paese ce ne siano già abbastanza. Ci basta occuparci di arte ponendo l’onestà intellettuale nei confronti della materia e dei lettori come prima regola. Vogliamo continuare a realizzare una rivista che non si limiti a informare, ma provi a formare; che non sia solo l’eco di voci più forti, ma che sappia raccontare, con il suo tono un po’ sommesso, storie dimenticate o non ancora ascoltate. Ci interessano le storie che raccontano la Storia, ci interessano gli incontri, i dialoghi, i ricordi. Ci piacciono le pause, i silenzi, le mani che si muovono con discrezione fra i fogli, la cura nel riordinare gli appunti e i pensieri.<br />
 Qualche giorno fa abbiamo incontrato alcuni maestri dell’editoria culturale (1) – gli autori di riviste realizzate a partire dagli anni ‘701 – e con loro abbiamo parlato del nostro progetto. Ugo La Pietra ci ha chiesto se sentiamo la necessità di contrastare tutto questo rumore generato dall’informazione al quale, realizzando una rivista, partecipiamo: certo che sentiamo la necessità di reagire e cerchiamo di farlo lavorando sulla qualità della nostra pubblicazione, prediligendo un approccio verticale a uno orizzontale. Confrontandoci con Bruno Corà e Giorgio Bonomi abbiamo riscontrato la difficoltà condivisa nell’essere ascoltati dal mondo dell’editoria e vogliamo riproporre un questione: dove sono finiti gli editori? Sono rimasti solo stampatori?<br />
 Ti ricordi <em>La valigia dei sogni</em> di Luigi Comencini del 1953? Quella valigia serviva per salvare le immagini e i film del XX secolo, per conservarli per le generazioni future. Anche noi vorremmo che nelle nostre scatole rimanesse qualcosa che il bombardamento mediatico non riesca a distruggere, invisibile ed eterno come l’<em>Aria di Parigi</em> (1919).<br />
 Caro Marcel, abbiamo trasformato la nostra scatola in una reve-en-boîte.</p>
<p><span style="font-size: x-small; font-style: normal; line-height: 18px;">(1) Incontro avvenuto da AR.RI.VI il 13 febbraio 2011 con Giorgio Bonomi, Bruno Corà, Gino Di Maggio, Elio Grazioli, Ugo La Pietra; a cura di Anna Valeria Borsari e Valentina Rapino.</span></p>
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		</item>
		<item>
		<title>MERCOLEDÍ 28 MARZO 2012 &#8211; boîte / DÉCLIC</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Mar 2012 16:12:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giulia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ultime notizie]]></category>

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		<description><![CDATA[J&#038;Peg, "Quoi? L'Éternité", catalogo realizzato da Boîte per Déclic]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-1126" title="0770_03" src="http://www.boiteonline.org/wp/wp-content/uploads/2012/03/0770_03.jpeg" alt="0770_03" width="200" height="300" />Boîte collabora con DÉCLIC alla realizzazione del catalogo della mostra</p>
<p><strong>J&amp;Peg<br />
 </strong><span style="font-style: italic;"><strong>Quoi? L&#8217;Éternité.</strong><br />
 </span>a cura di Studio Rayuela</p>
<p><strong>Inaugurazione mercoledì 28 marzo 2012, ore 19.00<br />
 Performance, ore 19.30</strong></p>
<p>Déclic apre il proprio freezer il 28 marzo 2012 con un intervento di J&amp;Peg, il duo artistico formato da Antonio Managò e Simone Zecubi.<br />
 Un teatro d’ombre dove la figura femminile attraversa le diverse fasi della vita in un affresco che ha il sapore di una saga familiare, un racconto per episodi dalla durata indefinita e indefinibile. Un minuto. Un giorno. Un anno. L’eternità. <em>Quoi? L’Éternité.</em><br />
 Per la prima volta, in occasione dell’inaugurazione di Déclic, J&amp;Peg si confrontano con la performance: <em>Veste01</em>. Un rituale meticoloso e ipnotico &#8211; ma non per questo freddo o distante dall’emozione di una creatività assoluta &#8211; che si riflette nell’enigma scultoreo delle loro opere.<br />
 J&amp;Peg proseguono la ricerca affrontata nella serie del “Caso Zero” accentuandone le declinazioni al femminile, e presentano una nuova fase della loro ricerca: le silhouettes abbandonano la tela per passare alla trasparenza del plexiglass e ritornare sul fondo candido in pittura di ombre e “scherzi di luce”.<br />
 La donna, universalizzata dal velo che la avvolge, ritorna in figure che rileggono storia ed evoluzioni sociali, economiche, politiche, ma anche domestiche. Un “lessico famigliare” che con J&amp;Peg si fa collettivo. Il bianco e il nero dei ritratti nascosti in soffitta, diventano strumenti plastici per interrogare la linea sottile tra fotografia, scultura e pittura.<br />
 <em>Quoi? L’Éternité</em>. La domanda, quasi infantile nella propria innocenza, è strappata da una poesia di Rimbaud. Diventa titolo per l’ultimo capitolo della trilogia che Marguerite Yourcenar dedica al proprio passato, autobiografia di una donna ispida e splendida; terribile e ammaliante come una divinità classica. Come tutte le donne, ciascuna a suo modo, sanno essere.<br />
 Fotografia. Punto di partenza per ragionare sulla forma e le sue infinite manipolazioni; per giocare con il tempo. Immagini come audiocassette, un mangianastri dove i tasti fast forward e rewind fanno costantemente contatto. Monologhi irriverenti e dialoghi toccanti; ma anche cori, capaci di antica perfezione.Nel suo primo anno di attività Déclic presenterà una selezione di giovani artisti che declinano la propria azione al ritmo della velocità. Con la fotografia che prende un nuovo corso, reinventando la propria stessa natura: abbracciando performance, video e pittura; espressioni che ne integrano o sostituiscono la capacità narrativa.<br />
 Tutti hanno per le mani una macchina fotografica. Ma guardano all’immagine con tensioni, filtri e obiettivi tra loro del tutto divergenti. J&amp;Peg la scolpiscono e la dipingono, Alexandre Bordereau la esplicita in modo ammiccante e affabulatorio; Daniele Italia la ferma per poi rimetterla in movimento. E questo solo per iniziare.</p>
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		<title>LUCA VITONE. ITINERARI INTIMI</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Oct 2011 21:33:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giulia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Testimoni oculisti]]></category>

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		<description><![CDATA[Non fermiamoci distrattamente in un luogo, spostiamoci seguendo il destino, mettiamoci in viaggio con Luca Vitone.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1110" class="wp-caption aligncenter" style="width: 610px"><img class="size-full wp-image-1110" title="Itinerari intimi. Pittoreschi viaggi privati" src="http://www.boiteonline.org/wp/wp-content/uploads/2011/10/06.jpg" alt="Itinerari intimi. Pittoreschi viaggi privati, fotografie, 1998. Galerie Christian Nagel, Colonia. Courtesy l’artista" width="600" height="409" /><p class="wp-caption-text">Itinerari intimi. Pittoreschi viaggi privati, fotografie, 1998. Galerie Christian Nagel, Colonia. Courtesy l’artista</p></div>
<p>Non fermiamoci distrattamente in un luogo, spostiamoci seguendo il destino, mettiamoci in viaggio con Luca Vitone.<br />
 Prima di partire bisogna preparare la valigia e scegliere cosa metterci dentro; una volta in marcia si documenta il viaggio con fotografie, si raccolgono souvenir e, infine, al ritorno si rimane con il ricordo dell&#8217;esperienza e la voglia di raccontarla. Ma prima tutto c&#8217;è l&#8217;<em>idea</em> del viaggio, il fantasticare dentro di sé di un nuovo mondo.</p>
<div id="attachment_1111" class="wp-caption aligncenter" style="width: 610px"><img class="size-full wp-image-1111" title="Indizi, Canavese" src="http://www.boiteonline.org/wp/wp-content/uploads/2011/10/01.jpg" alt="Indizi, Canavese, 1992, valigia, materiali vari. Courtesy l’artista" width="600" height="389" /><p class="wp-caption-text">Indizi, Canavese, 1992, valigia, materiali vari. Courtesy l’artista</p></div>
<p>Nella valigia di <em>Indizi Canavese </em>(1992) ci sono dépliant e una bottiglia di vino. È un bagaglio speciale, che racchiude il folklore riscoperto di un luogo, offerto sotto forma di banchetto con specialità gastronomiche, brochure riguardante le attività turistiche, economiche e culturali locali, ad un pubblico che quel luogo lo abita. È una tappa del progetto<em> Pratica del luogo,</em> realizzato a Rivara, che ha voluto riaffidare la consapevolezza del territorio ai suoi abitanti.</p>
<div id="attachment_1112" class="wp-caption aligncenter" style="width: 610px"><img class="size-full wp-image-1112" title="Omaggio a Jacques Paganel" src="http://www.boiteonline.org/wp/wp-content/uploads/2011/10/02.jpg" alt="Omaggio a Jacques Paganel, 1996, stampe fotografiche. Courtesy l’artista" width="600" height="432" /><p class="wp-caption-text">Omaggio a Jacques Paganel, 1996, stampe fotografiche. Courtesy l’artista</p></div>
<p>Dopo aver chiuso la valigia, o lasciandola socchiusa per gli sguardi dei curiosi, inizia il viaggio.<br />
 Parte dal reparto maternità dell&#8217;ospedale Galliera di Genova, dove nel 1964 è nato Luca Vitone, coordinata geografica che l&#8217;artista si è tatuato sul braccio, come mostra il doppio ritratto fotografico <em>Omaggio a Jacques Paganel. </em>È come se non volesse dimenticare il punto d&#8217;origine, On Kawara dipingeva l&#8217;esatta ubicazione in cui si trovava in <em>Location (</em>1965), come Lat. N. 44° 24&#8242; 07&#8243; Long. E. 8° 56&#8242; 31&#8243;, Vitone appunta la prima tappa sul suo corpo e con modalità differenti ci racconta i suoi viaggi.<br />
 Scrive: “<em>Il viaggio è un&#8217;esperienza mondana. Ma il viaggio per antonomasia lo si percorre nella propria domesticità. Abitando se stessi si abita il proprio viaggio”.</em>(1)<br />
 <em>Itinerari intimi </em>è una serie di lavori, in mostra nel 1998 alla Galerie Christian Nagel di Colonia, che comprende numerose fotografie e cartoline e un piccolo gruppo di valigie di cartone, <em>Arrivo a Colonia</em> (1998), intrise di passato e di personali memorie dell&#8217;artista.<br />
 Un altro viaggio vissuto in prima persona è quello in auto da Genova a Teheran, che Vitone fece da adolescente insieme ai genitori, rievocato in <em>Ultimo viaggio </em>(2005), dove sono messi in scena tutti gli elementi caratterizzanti la vacanza itinerante, inclusa la Peugeot 204, con il vapore che esce dal radiatore rotto. Le fotografie, i souvenir, la sabbia calpestata&#8230; un viaggio fisico e ancora vivo nel ricordo, ancora una volta intimo, ma anche uno scrigno privato di memorabilia aperto al pubblico.<br />
 Vitone è un viaggiatore cosciente che entra in contatto con il luogo, lo identifica, lo ritrae, socialmente e geograficamente, indaga come può influire sulle persone che ci vivono. Mi vengono in mente artisti che hanno tradotto i loro viaggi in opere, ce ne sono numerosi, penso a viaggi emozionali e affettivi come quello di Sophie Calle e l&#8217;ex marito Greg Shepard, che ripresero la loro vita di coppia in viaggio, lasciando che il paesaggio non incidesse, se non come scenografia, sulla narrazione (<em>No Sex Last Night, </em>1992)<em>, </em>o viaggi documentativi, come quelli di Gianluca e Massimiliano De Serio  dove gli artisti sono solo occhi spettatori di vite e luoghi lontani, come quella di Xhodi in Albania (<em>L&#8217;esame di</em> <em>Xhodi, </em>2007).<br />
 Vitone è sia viaggiatore emotivo che geografo, antropologo, sociologo, raccoglie reperti, memorie, suoni&#8230; Ma un viaggio quando finisce? Quando si ritorna a casa?<br />
 In <em>Futuro ritorno </em>(2008) l&#8217;artista registra le voci di immigrati in Italia che raccontano la loro idea di ritorno, voci isolate in un silenzio puro, quasi di sogno, come se le parole pronunciate stessero percorrendo la strada verso casa, proprio grazie a quella magia di cui parlano, di un ritorno alla famiglia, alla lingua madre, al ricordo dell&#8217;infanzia. Anche queste voci sono racchiuse in una piccolo <em>case, </em>una piccola<em> boîte, </em>quella del cd dove sono state incise.<br />
 Adrian Paci nella serie fotografica <em>Back home </em>(2001), ha ritratto quattro famiglie di stranieri in Italia davanti alle immagini delle loro case nei paesi d&#8217;origine, dopo aver viaggiato per raggiungerle, essere entrato nel privato dell&#8217;abitazione e averla fotografata. In <em>Futuro ritorno</em>, dove Vitone non si intromette ma dimostra la sua speciale capacità di ascoltare e sentire, l&#8217;incertezza della voce delle persone intervistate, le piccole inflessioni dovute all&#8217;emozione, disegnano un ritratto del viaggio forse più bello che nella vita si possa fare: verso il punto d&#8217;origine.</p>
<div id="attachment_1116" class="wp-caption aligncenter" style="width: 610px"><img class="size-full wp-image-1116" title="04" src="http://www.boiteonline.org/wp/wp-content/uploads/2011/10/04.jpg" alt="Invito della mostra &quot;Itinerari intimi&quot; alla Galerie Christian Nagel di Colonia, 1998 ￼" width="600" height="399" /><p class="wp-caption-text">Invito della mostra &quot;Itinerari intimi&quot; alla Galerie Christian Nagel di Colonia, 1998 ￼ </p></div>
<p><br class="spacer_" /></p>
<div id="attachment_1113" class="wp-caption aligncenter" style="width: 610px"><img class="size-full wp-image-1113" title="Arrivo a Colonia, scatole di cartone, valigia" src="http://www.boiteonline.org/wp/wp-content/uploads/2011/10/05.jpg" alt="Arrivo a Colonia, scatole di cartone, valigia, 1998 Galerie Christian Nagel, Colonia. Courtesy l’artista" width="600" height="399" /><p class="wp-caption-text">Arrivo a Colonia, scatole di cartone, valigia, 1998 Galerie Christian Nagel, Colonia. Courtesy l’artista</p></div>
<div id="attachment_1114" class="wp-caption aligncenter" style="width: 610px"><img class="size-full wp-image-1114" title="L’ultimo viaggio" src="http://www.boiteonline.org/wp/wp-content/uploads/2011/10/07.jpg" alt="L’ultimo viaggio, 2005, sabbia, Peugeot 204 Break, vaporella, dimensioni variabili. Collezione Raffaella e Stefano Sciarretta, fotografia di Fulvio Richetto" width="600" height="450" /><p class="wp-caption-text">L’ultimo viaggio, 2005, sabbia, Peugeot 204 Break, vaporella, dimensioni variabili. Collezione Raffaella e Stefano Sciarretta, fotografia di Fulvio Richetto</p></div>
<p>Il lavoro di Luca Vitone (Genova, 1964) è stato presentato in spazi pubblici e privati in Italia e all&#8217;estero, tra cui: Accademia di Francia, Villa Medici, Roma (1999); PS1, New York; Palazzo delle Esposizioni, Roma; Museo Pecci Prato; PAC, Milano (2000); Lenbachaus Kunstbau, Monaco (2001); National Centre for Contemporary Arts, Mosca (2002); MAMCO, Ginevra; 2nd Bienal de Valencia, Valencia; 50.Esposizione Internazionale d&#8217;Arte Contemporanea, la Biennale di Venezia; ARC Musée dʼArte Moderne de la Ville de Paris, Parigi (2003); Centro per lʼArte Contemporanea Luigi Pecci, Prato; Villa Arson, Nizza (2004); Galleria Nazionale dʼArte Moderna, Roma (2005); Casino Luxemburg, Luxembourg (2006); MART, Rovereto; Sharjah Biennial; OK Centrum, Linz (2007); GAMeC, Bergamo; XIII Biennale Internazionale di Scultura di Carrara (2008); Nomas Foundation, Roma; Tirana Biennial (2009); MAXXI, Roma (2010).</p>
<p>Dal 2006 è docente del corso di scultura nel triennio presso la Nuova Accademia di Belle Arti a Milano.</p>
<p>(1) Luca Vitone, “Intinerari Intimi” in Marco Belpoliti e Elio Grazioli, <em>Riga 17, </em>Marcos Y Marcos, Milano<em> </em>2000 (p. 405)</p>
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		<title>TRACCE DALL’ESILIO (SEDUTI IN UNA SCATOLA DI CARTONE)</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Jun 2011 13:54:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giulia</dc:creator>
				<category><![CDATA[edizioni speciali]]></category>

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		<description><![CDATA[Sabato 18 giugno 2011, nell'ambito del progetto “L'Inadeguato” dell'artista Dora Garcìa, al Padiglione Spagnolo, 54a Biennale di Venezia, boîte ha presentato il poster del Museo dell'Arte Contemporanea in Esilio, durante il laboratorio organizzato dal Museo e della performance dell'artista Giuliano Nannipieri]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-full wp-image-1091 alignright" title="boite biennale" src="http://www.boiteonline.org/wp/wp-content/uploads/2011/06/boite_nannipieri1.jpg" alt="boite biennale" width="468" height="648" />Sabato 18 giugno 2011, nell&#8217;ambito del progetto “<a href="http://theinadequate.net/blog/2011/06/museo-dellarte-contemporanea-italiana-in-esilio/" target="_blank">L&#8217;Inadeguato</a>” dell&#8217;artista Dora Garcìa, al Padiglione Spagnolo, 54a Biennale di Venezia, <strong>boîte</strong> ha presentato il poster del <strong>Museo dell&#8217;Arte Contemporanea in Esilio</strong>, durante il laboratorio organizzato dal Museo e della performance dell&#8217;artista <strong>Giuliano Nannipieri</strong>.</p>
<p><a href="http://www.boiteonline.org/download/boite_nannipieri.pdf" target="_blank"><br />
 Clicca QUI per scaricare il poster</a></p>
<p><br class="spacer_" /></p>
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		<title>SABATO 18 GIUGNO 2011 &#8211; BOÎTE E IL MUSEO DELL&#8217;ARTE IN ESILIO, Padiglione Spagnolo, 54a Biennale di Venezia</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Jun 2011 21:10:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giulia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ultime notizie]]></category>

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		<description><![CDATA[Che fine ha fatto boîte? È forse in esilio?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- p.p1 {margin: 0.0px 0.0px 12.0px 0.0px; font: 12.0px Arial} span.s1 {text-decoration: underline ; color: #144fae} td.td1 {width: 694.0px; margin: 0.5px 0.5px 0.5px 0.5px} --></p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-1081" title="biennale2" src="http://www.boiteonline.org/wp/wp-content/uploads/2011/06/biennale2.jpg" alt="biennale2" width="259" height="663" />Che fine ha fatto boîte? È forse in esilio?<br />
 Sì, un esilio volontario e creativo in cui ha condiviso idee e parole con <strong>Alessandra Meo, Mattia Pellegrini, Cesare Pietroiusti </strong>e <strong>Davide Ricco</strong>.</p>
<div style="text-align: -webkit-auto;">
<p>Troverete le tracce della loro conversazione dedicata al <strong>Museo dell&#8217;arte contemporanea italiana in esilio</strong> in un poster, in collaborazione con un artista esiliato, <strong>Giuliano Nannipieri</strong>.</p>
<p>Il poster sarà distribuito <strong>sabato 18 giugno 2011</strong> presso il <strong>Padiglione Spagnolo, alla 54a Biennale di Venezia</strong>, in occasione del workshop tenuto dal Museo dell’arte contemporanea italiana in esilio, nell&#8217;ambito delle attività de <em>L’inadeguato</em>, progetto di <strong>Dora Garcìa</strong>.</p>
<p>Lo scopo del workshop è di organizzare concettualmente i diversi aspetti teorici e pratici legati alla nascita di una piattaforma di ricerca alternativa sulla storia dell’arte contemporanea in Italia. Si propone ai partecipanti di contribuire allo sviluppo di tale piattaforma a partire da una serie di ricognizioni che saranno effettuate sul territorio geografico di appartenenza. Tali ricognizioni sono mirate all’individuazione di personalità singole o collettive che svolgono attività creative sorprendenti, eterodosse, fuori dai circuiti della comunicazione mediatica del sistema dell’arte e attive nell’ambito di un quartiere, di un paese, di una piccola realtà comunitaria. La ricerca si potrà svolgere anche presso istituzioni riabilitative, in aree di disagio e di marginalità sociale ma anche in aree extraartistiche (aree della ricerca scientifica o dell’attivismo: aree del volontariato, del pensiero ecologico o della ricerca sociologica, filosofica, architettonica ecc.).</p>
<p><strong>Da lunedì 20 giugno potrete scaricare il poster dal nostro sito www.boiteonline.org</strong></p>
</div>
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		<title>CONNESSIONI Intervista a Gianluca Di Lauro</title>
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		<pubDate>Fri, 27 May 2011 15:14:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giulia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Aspettando Godot]]></category>

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		<description><![CDATA[Le arti figurative e il teatro dovrebbero confrontarsi più spesso. Ogni personaggio che abbiamo incontrato aspettando Godot ha sottolineato la lontananza attuale degli artisti dal teatro contemporaneo, è incredibile se si pensa che le avanguardie storiche del Novecento hanno naturalmente unito arti visive e teatro. Ci sono compagnie e teatri che si stanno attivando per ricostruire il sodalizio. Una di queste è Aparte - ali per l’arte, società di produzione di progetti artistici, che ha indetto il concorso “Connessioni”, nell’ambito del Festival Anteprima 89 a Spazio Teatro 89 di Milano. Parliamone con il direttore artistico Gianluca Di Lauro.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le arti figurative e il teatro dovrebbero confrontarsi più spesso. Ogni personaggio che abbiamo incontrato aspettando Godot ha sottolineato la lontananza attuale degli artisti dal teatro contemporaneo, è incredibile se si pensa che le avanguardie storiche del Novecento hanno naturalmente unito arti visive e teatro. Ci sono compagnie e teatri che si stanno attivando per ricostruire il sodalizio. Una di queste è <a href="http://aparteonline.wordpress.com/" target="_blank">Aparte &#8211; ali per l’arte</a>, società di produzione di progetti artistici, che ha indetto il concorso “Connessioni”, nell’ambito del Festival<a href="http://www.anteprima89.org/" target="_blank"><em> Anteprima 89</em></a> a <a href="http://www.spazioteatro89.org/" target="_blank">Spazio Teatro 89</a> di Milano.<br />
 Parliamone con il direttore artistico Gianluca Di Lauro.<br />
 <strong> </strong></p>
<div id="attachment_1072" class="wp-caption alignleft" style="width: 450px"><strong><img class="size-full wp-image-1072 " title="aparte" src="http://www.boiteonline.org/wp/wp-content/uploads/2011/05/aparte.jpg" alt="Gianluca Di Lauro in &quot;Giovanni - il dissoluto in attesa di giudizio&quot;, fotografia di Mario Scaglione. Spazio Teatro 89, via Fratelli Zoia 89, Milano." width="440" height="340" /></strong><p class="wp-caption-text">Gianluca Di Lauro in &quot;Giovanni - il dissoluto in attesa di giudizio&quot;, fotografia di Mario Scaglione. Spazio Teatro 89, via Fratelli Zoia 89, Milano.</p></div>
<p><strong>Giulia Brivio</strong>: In questo numero di<em> boîte</em> riflettiamo sul tema del viaggio. Ho letto che hai fondato la Compagnia Teatrinviaggio&#8230;<br />
 <strong>Gianluca Di Lauro</strong>: &#8230;Nacque nel 1998 dall’incontro con un gruppo di attori che, con me, avevano condiviso l’esperienza di <em>Progetto Novecento</em>. Eravamo poco più che ventenni e molto determinati a intraprendere la strada del teatro in maniera professionale. La nostra sede diventò la nostra casa e lì cominciammo a sperimentare.<br />
 Ricordo quegli anni come un momento di vera ricerca, giornate intere passate a studiare e improvvisare, costruendo la nostra poetica. Scegliemmo quel nome perché fosse di buon auspicio, volevamo portare in giro i nostri spettacoli e ci riuscimmo, diventammo una realtà emergente del teatro per gli spazi aperti e del teatro per ragazzi, oltre 1000 rappresentazioni in Italia e all’estero in poco più di dieci anni. Quindi tanti chilometri, tante valige preparate. Eravamo un vero gruppo, questo era un valore aggiunto che in scena faceva la differenza e fu proprio quando ci rendemmo conto che il gruppo non esisteva più, che decidemmo di sciogliere la compagnia.</p>
<p><strong>GB</strong>: Lo spettacolo teatrale è spesso in viaggio, si sposta in città molto diverse tra loro, con un pubblico sempre differente, è un po’ come una mostra itinerante&#8230; può subire delle variazioni?<br />
 <strong>GDL</strong>: Lo spettacolo dal vivo non è mai uguale a se stesso. Il teatro per definizione è un’assemblea tra attori e spettatori, vive di quell’energia che si crea in quel momento unico e irripetibile. Ogni attore vive diversamente il personaggio a ogni replica. Il pubblico svolge un ruolo determinante, l’energia che c’è in sala influisce molto sugli attori. Poi ovviamente gli spettacoli spesso cambiano anche per motivi più sostanziali, spesso dopo le prime repliche si operano cambiamenti sul testo, sulla regia, sul piano luci&#8230;<br />
 <strong><br />
 GB</strong>: Quali sono il fascino e le difficoltà del viaggio-tournée?<br />
 <strong>GDL</strong>: Per quanto possa essere faticoso viaggiare, allestire, recitare, smontare e ripartire, tutto ciò resta comunque la parte più gratificante del lavoro. Se stai girando sei fortunato, significa che lo spettacolo funziona. Inoltre è molto più stressante, almeno per me, la fase in cui lo stai producendo e provando, quello è il momento della vera fatica, del tempo che ti gioca contro. La vera difficoltà oggi è metterla insieme una tournée! Negli ultimi anni i tagli alla cultura sono stati spaventosi, lo so bene in quanto produttore di spettacoli, in quanto attore e in quanto organizzatore di una rassegna. Non ci sono soldi per pagare i cachet degli spettacoli, per rimborsare viaggi ed ospitalità e il rischio dell’incasso&#8230;</p>
<p><strong>GB</strong>: E nel 2008 fondi <a href="http://aparteonline.wordpress.com/" target="_blank">Aparte &#8211; ali per l’arte</a>, in cosa consiste questo progetto?<br />
 <strong>GDL</strong>: Aparte è il contenitore del mio percorso attuale. Dopo Teatrinviaggio sono ripartito dalle mie esigenze artistiche, dal mio bisogno di comunicare. Per fare questo in maniera autonoma in Italia non puoi essere free-lance, ti occorre una struttura e per essere veramente indipendente il modo migliore è crearla. Con Aparte produco spettacoli per i quali collaboro con altri artisti ma non solo: sto sviluppando dei percorsi formativi interessanti ed organizzo festival e rassegne. Non sono mai stato ad aspettare che arrivasse la chiamata, sono sempre andato in cerca di luoghi dove proporre e dove organizzare spettacoli, credo sia doveroso continuare a farlo, perché non muoiano le piazze e i luoghi deputati all’arte. Non mi va di essere critico nei confronti del settore e poi starmene con le mani in mano. Per quanto sia un aspetto che toglie energie a chi dovrebbe dedicarle alla fase creativa, è l’unico modo per farci sopravvivere; le istituzioni, al contrario, dovrebbero sollevarci da questo ingrato compito.</p>
<p><strong>GB</strong>: Vorremmo congedarti e farti tornare in teatro con una domanda sul Festival<em> Anteprima 89</em>. Cosa accadrà?<br />
 <strong>GDL</strong>: Spazio Teatro 89 è un bel luogo dove proporre progetti, di tutte le arti, non solo il teatro e la musica. Perché è dinamico e gestito da persone che hanno voglia di sperimentare. Credo che ognuno debba fare il proprio lavoro con umiltà e credo nelle potenzialità delle nuove relazioni, per cui ho voluto coinvolgere nel progetto qualcuno che fosse più a contatto con l’arte visiva contemporanea di quanto non lo sia io.<br />
 Con Federica Parolini, che lavora come scenografa e che proviene dalla formazione dell’Accademia di Brera, abbiamo cercato un terreno sul quale fare incontrare le arti e sono nate le idee del premio e delle “connessioni”. Le compagnie e gli artisti visivi che verranno selezionati per il festival entreranno in contatto nella fase che precede il festival. Questo sarà il tempo della conoscenza, dovranno influenzarsi reciprocamente, la compagnia arriverà a debuttare col proprio spettacolo mentre l’artista produrrà un’opera originale che verrà esposta. Lo scopo è osservare se avverranno contaminazioni, ma anche creare “connessioni”. È una scommessa, una piccola provocazione. È un tempo, il nostro, in cui gli artisti ci sono e sono vitali, ma, ci pare, non abbiano spazi fisici né simbolici nei quali incontrarsi, confrontarsi.</p>
<p><strong>GB</strong>: Cosa pensi del rapporto che oggi il teatro ha con l’arte contemporanea?<br />
 <strong>GDL</strong>: Nel decennio scorso mi è sembrato che l’attenzione sia stata posta soprattutto sullo strumento del video, che grazie all’avvento delle nuove tecnologie è diventato alla portata di tutti. Sembra che questa ondata stia già evolvendo verso altre destinazioni. Oggi sono ancora le nuove tecnologie a stimolare i campi creativi: penso ai concorsi per drammaturgia su sms o per clip girate dalle telecamere dei cellulari. È la globalizzazione della creatività, l’idea che tutti possano farlo, però non significa che tutti siano in grado di farlo. Il teatro, che è ricettacolo di tutte le tendenze della realtà, ne è influenzato. Noto un proliferare di concorsi per “corti” teatrali, come se il tempo di attenzione dello spettatore si fosse drasticamente ridotto. La mia sensazione è che si stia perdendo il gusto di ragionare su quello che si vede a teatro come nell’arte, che tutto si consumi in fretta, al ritmo di un fast-food, il cui cibo rende sazi in fretta ma in fondo alimenta poco e male, e non è recensito dai gastronomi. Oggi c’è ancora chi prende in mano un pennello, uno scalpello e carta e penna, perché lo fa? E come lo fa?</p>
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